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197vLIBBRO

Qui comincia lo ottavo libro del Tesoro di Brunetto Latino, in elquale si tratta de la Rettorica che c’insegna à ben parlare, & di governare citta & popoli.

Capitolo primo.

Poi ch’el Maestro Brunetto hebbe compiuta la seconda parte del suo libbro, nela quale divisò assai bene, quale dee essere l’huomo morale, & com’ello dee vivere & honestamente governare se, & la sua famiglia, & le sue cose, secondo la scienza de l’Ethica, & de la Economica, de laquale elli fe mentione colà, ov’elli divisò li membri de la philosophia, & ch’elli hebbe detto quali cose disfanno la legge, & guastano la citta, à lui parve quasi una opera guasta, se elli non havesse diterminato de la terza parte, cioè de la scienza Politica. La quale insegna, come l’huomo dee governare la citta. Che citta non è altro à dire, che una gente ordinata per vivere ad una legge, & ad uno governamento. Tullio disse, che la piu nobile parte di tutte le scienze di governare la citta, si è la Rettorica, cioè la scienza del parlare. Però che s’el parlare ordinate non fosse, la citta non potrebbe havere alcuno stabilimento di giustitia, ne d’humana compagnia. Et conciosa cosa, chel parlare sia dato à tutti li huomini. Tullio disse,che sapienza è donata à pochi.Pero dico, che parlari sono di quattro ragioni.

  1. La prima si è guernito di gran senno, & di buona parlatura, & questo è lo fiore del mondo.
  2. L’altra è vota di senno & di buona parlatura, & questa è tra grande ignoranza.
  3. L’altra è vuota di senno, olii sono troppo bene parlanti; e questo è grande pericolo1
  4. L’altra è vota di senno, ma elli si tacciono per povertà di loro parlare,

& ciò richie198rOTTAVO.198de aiuto. Et per queste diversità furono li savi in contentione di questa scienza, se la è di natura, o d’arte. Et alla verità dire, inazi che la torre di Babel fosse fatta, tutti gl’huomini havevano naturalmente una lingua, cioè la hebrea. 2Ma poi che la diversità de le lingue venne sopra gl’huomini, sopra tutte l’altre ne sagrarono tre, cioè

  1. Hebrea,
  2. Greca,
  3. & Latina.

Et noi vediamo che per natura,

  1. quelli che habitano in Oriente, parlano ne la gola, si come parlano li Hebrei.
  2. Li altri che sono nel mezo de la terra, parlano al palato, si come sono li Greci.
  3. Et quelli che ne le parte di Occidente parlano à denti, so come fanno l’Italiani.

Et tutto che questa scienza sia nel parlare solamente, nientemeno ella è in ben parlare, & per tanto Tullio disse, che è per natura, & non per arte.Però che l’huomo truova molti buoni parlatori naturalmente sanza alcuno insegnamento. Aristotile dice,che ella è arte, ma è ria.Però che per parlare è advenuto alle genti piu male, che bene. Tullio dice,che ben si accorda, che sola la parola è per natura.Ma dal ben parlare viene tre cose,

  1. natura,
  2. uso,
  3. & arte.

Perche uso & arte son pieni di molto grande insegnamento, & non è altro che sapienza, et à comprendere le cose secondo ch’elle sono. Et però è ella chiamata governatrice de le cose, perche la le provede dinanzi, & menale à certo fine, & à diritta misura. Et ove sapienza è congiunta al parlare, chi te dirà che ne possa nascere se non bene? Tullio dice,che al cominciamento gl’huomini vivevano come bestie sanza propria cosa, sanza conoscimento, e sanza conoscenza di dio, per li boschi, & per li luoghi riposti sanza pastore, si che nullo guardava matrimonio, & non conosceva padre ne figliuolo.Allhora fu un savio par198vLIBBROlante, che tanto consigliò & tanto mostrò la grandezza de l'huomo, & la dignità de la generatione, & de la discretione, ch'elli li trasse di quello malvagio nido, & ragunogli ad habitare in uno luogo, & à mantenire ragione & giustitia. Et cosi per lo bello parlare che in lui era col senno, fu questo huomo quasi secondo Idio, che rilevò el mondo per l'ordine de la humana compagnia. Et ciò ne fa manifesto l'historia di Amphion, che fece la citta di Thebe, che faceva venire le pietre & muratori, per la dolcezza del suo canto cioè à dire, che per le soe dolci parole, el trasse gl'huomini da malvagi luoghi, ov'elli habitavano, & menolli ad habitatione di quella citta. 3Et da l'altra parte s'accorda bene Tullio, con quello che dice Aristotile, del parlare senza sapienza. Che quando l'huomo ha buona lingua di fuore, & non ha punto di consiglio dentro, la soa parola è fieramente pericolosa alla citta & alli amici.Dunque è provato che la scienza de la Rettorica non è in tutto acquistata per natura & per uso, ma per insegnamento & per arte. Et però dico, che ciascuno huomo dee istudiare il suo intelletto, e'l suo ingegno à saperla. Che Tullio disse,che l'huomo che ha molto de le cose minori, è piu fievole de li altri animali per la disuzanza di questa una cosa, che può parlare manifestamente.Che quelli acquista nobile cosa, che di ciò avanza glhuomini, di che l'huomo sormonta le bestie. Ne per niente non disse elproverbio,che nodritura pasce nature.Che secondo quello che noi troviamo ne la prima & ne la seconda parte di questo libbro, l'anima d'ogn'huomo è buona naturalmente, ma ella muta la soa natura per malvagità del corpo, nelquale ella stà rinchiusa, cosi com'el vino si guasta per la ria botte. Et quando el199rOTTAVO.199corpo è di buona natura, la sua anima signoreggia & aiuta la sua bontà. Et allhora li vagliono l'arte & l'uso, però che arte l'insegna li comandamenti che à ciò si conviene, & lo uso li fa presto & aperto alla opra. Et però vuole lo maestro ricordare al suo amico le circostanze & l'insegnamento de l'arte de la Rettorica, che molto aiuteranno alla sottilita ch'è in lui per la buona natura. Ma tuttavia vi dirà inanzi,

  1. che è Rettorica, &
  2. sopra cui ella è,
  3. & poi del suo officio,
  4. & de la soa materia,
  5. & de le soe parti.

Che chi bene sàciò, elli intende meglio el compimento di questa arte.

De la Rettorica che cosa è, & di suo officio, & di sua arte. Capitolo. 2.

Rettorica è una scienza, che insegna dire bene pienamente le cose comune & le private. Et tutta sua intentione è à dire parole in tal maniera, che l'huomo faccia credere lo suo detto à quelli che l'odono. Et sappiate che Rettorica è sopra la scienza di governare la citta, secondo che dice Aristotile quà à dietro nel suo libbro,si come l'arte di fare frenni & selle, per l'arte di cavallaria.L'ufficio di questa arte, secondo che dice Tullio, è di parlare pensatamente, per fare credere lo suo detto & la sua fine è fare credere quello che dice, in tal maniera che sia honesta.Intra l'officio et la fine è questa differenza, che ne l'officio ha à pensare lo parlatore, ciò che si conviene alla fine, cioè à dire, che parli in tal maniera, che sia creduto & ne la fine pensare ciò che si conviene à suo officio, cioè à farsi credere per suo parlare. Ragione come L'officio del phisico siè di fare medicine et cure, per sanare, e'l suo fine si è sanare, et però è medicina. Et brevemente l'officio di rettorica è di parlare appesatamente, secondo199vLIBBROl'insegnamento de l'arte. El fine è quella cosa, perche egli parla. La materia di Rettorica è de la cosa, di che el parlatore dice, si come l'infermita è materia de Phisichi. Onde Gorgia disse,che tutte le le cose di che si conviene parlare sono materia di questa arte.4 Ermagoras disse,che questa materia si è le cause alle questioni. 5Et disse che cause sono quelle, sopra lequali li parlatori sono in contentione d'alcuna certa gente, o d'altra cosa certa, & di ciò non dicea elli male.6Ma disse elli,che questione è quello, sopra che li parlatori sono in contentione, sanza nominare certa gente. In altre cose, che appartengono à certo bisogno, si come de la grandezza del sole, & de la forma del fermamento.Et di ciò dice elli troppo male, che tali cose non si convvegnono à governatori di citta, anzi conviene à philosophi, che studiano in profonda scienza. Et però sono fuori de la via quelli, che pensano contare fabole, o antiche historie. Et ciò che l'huomo può dire, è de la materia di rettorica. Ma ciò che l'huomo dice di sua bocca comanda per lettra pensatamente per fare credere, o per contentione di lodare, o di biasimare, o d'havere consiglio sopra alcuno bisogno, o di cosa che dimanda giudicio. Tutto ciò è de la materia di rettorica. Ma tutto ciò che l'huomo non dice artificialmente, cioè à dire per nobile parole, gravi, & ripiene di buone sentenze, o per alcuna de le cose dinanzi dette, & fuori di questa scienza, è lungi de le soe circonstanze. Et però dice Aristotile,

che la materia di questa arte è sopra tre cose solamente, cioè,
  1. dimostramento,
  2. consiglio,
  3. et giudicio.

Et in ciò medesimo s'accorda Tullio & dice,

che
  1. dimostramento è, quando i parlatori biasimano huomo, o altra cosa
    1. generalemente,
    2. o particularmente.
    Io lodo molto bel200rOTTAVO.200 di femine dice l'uno, & io biasimo dice l'altro, questo è detto generalmente. Ma particularmente dice l'uno Iulio Cesare fu prode huomo dice l'altro non fu, anzi fu traditore & disleale. Et questa questione non ha luogo se non ne le cose passate, & ne le presenti. Che di quello ch'è adivenire, non può l'huomo esser lodato ne biasimato.
  2. Consiglio è quando li parlatori consigliano sopra una proposta, che è posta dinanzi da loro
    1. generalemente,
    2. o particularmente, per mostrare qual cosa sia utile, o .
    Dice uno di Cardinali di Roma generalmente, utile cosa è à metter pace tra christiani, non è dice l'altro. Et particularmente dice l'uno, utile cosa è la pace tra'l Re di Francia & quello d'Inghilterra, dice l'altro non è. Et questa questione non ha luogo sopra alle cose che sono adivenire. Et quando ciascuno ha dato lo consiglio, l'huomo se attiene à colui, che mostra piu ferme le sue ragioni.
  3. Et piu credevole giudicamente si è in accusare, o difendere, o in domandare, o in rifutare, per mostrare de l'huomo, o d'altra cosa
    1. generalmente,
    2. o particularmente, ch'elle siano giuste, o .
    Io dico, generalmente l'uno dice che tutti i ladronni debbeno essere impiccati, dice l'altro non debbono. Dice l'uno, quelli che governa bene la citta, dee havere buono guidardone dice mattamente l'altro non dee. Ma particularmente dice l'uno, che Golias dee essere impiccato, però che gliè ladrone, non è dice l'altro. Ho dimandato guiderdone, però che feci lo prò del comune, non hai dice l'altro. O risponde per aventura tu hai diservito pena. Et questa questione non ha luogo, se non ne le cose passate. Che nullo dee essere dannato ne guiderdonato, se non per le cose passate.

Ma di ciò si tace el maestro per divisare le parole di rettorica.

200vLIBBRO

De le cinque partie de la Rettorica. Cap. 3.

Tullio dice,

che in questa scienza ha cinque parti, cioè
  1. trovamento,
  2. 7ordine,
  3. 8elocutione,
  4. 9memoria,
  5. 10& parlare.

12 Boetio dice,che queste cinque cose si sono de la sustanza del parlare, che se alcuna ne mancasse non sarebbe compiuto.Cosi com'el fondamento, le parete, e'l tetto sono parte de la casa, sanza lequali non è compiuta la casa.

  1. Trovamento13 è uno pensamento di trovare nel suo cuore cose vere, o verisimili, à provare sua materia, & questo è fondamento et fermezza di tutta questa scienza. Che inanzi che l'huomo dica ò scriva, dee trovare la ragione & li argomenti, per provare suo detto, & per farli credere à colui con cui parla.
  2. Ordine14 è istabilire suoi detti & suoi argomenti, che hae trovati ciascuno in suo luogo, acciò che possano meglio valere, cioè à dire, che inanzi dee mettere le forti ragioni intorno al cominciamento, & nel mezo le fragili, & ne la fine li argomenti, ne quali elli piu si fida, ch'el suo adversario non vi possa dire parola contraria.
  3. Elocutione15 è lo ritorno del parlare & di sentenze advenevoli, acciò ch'elli truova. Che trovare et pensare poco varrebbero sanza accordare le parole à sua materia. Che le parole debbono seguire la materia, & non la materia le parole. però ch'el motto, o una buona sentenza, o proverbio, o una similitudine, o uno essempio ch'è simile alla materia, conferma tutto el suo detto, & fallo bello & credevole. Et però el parlatore quando tratta d'hoste, o di fornimento, dee dire parole di guerra, o di vittoria. Et in dolore, parole di cruccio. Et in gioia, parole d'allegrezza.
  4. Memoria16 si è ricordarsi fermamente di quello, che elli ha pensato, & messo in ordine, però che tutto sarebbe niente, se non se ne ri201rOTTAVO.201cordasse quando'elli è venuto à parlare. Et non pensi nessuno che ciò sia naturale memoria, ch'è una virtu de l'anima, che si ricorda di ciò che noi apprendiamo per alcuno senso del corpo, anzi è memoria artificiale, che l'huomo imprende per dottrina di savi, à ritenere ciò che pensa, & apprendere per l'opera, & à dire ciò ch'egli ha trovato & stabilito nel suo pensiero & ne le avenevolezza del corpo, & de la voce, et del movimento, secondo la dignità de le parole.
  5. 17Et al vero dire, quando el dicitore viene à dire lo suo conto, elli dee molto pensare sua materia & suo essere. Altrimenti dee portare suo membra, & suo cera, & suo sguardo in dolore che in letitia, & altrimenti in uno luogo, che in un'altro. Et però dee ciascuno guardare ch'elli non leva la mano verso gliocchi ne la fronte, in maniera che sia riprensibile.

Et sopra questa materia vale la dottrina, ch'è qua à dietro, nel libbro de vitij & de le virtu, nel capitolo de la guardia. 18

Di due maniere di parole, con lettre & con bocca. Cap. 4.

Apresso dice il maestro, che la scienza de la Rettorica è in due maniere.

  1. L'una si è dire con bocca.
  2. L'altra si è mandare per lettre.

Ma l'una & l'altra maniera può essere diversamente, s'ella è per contentione, & sanza contentione, non appartiene à rettorica, secondo che Aristotile & Tullio dissero apertamente. Ma Gorgias disse,che tutto che li parlatori dicono apertamente, è Rettorica. Boetio disse,che si accorda acciò, che ciò che à dire si conviene, puote essere materia de lo dettatore.Et chi bene vuole pensare la sottilità di questa arte, si truova che la prima sentenza è di maggiore valore. Però chiunque dice di bocca, o manda lettre ad alcuno, elli fa per muovere el cuore di colui, o à credere, o201vLIBBROad volere quello che dice, o . Et se elli nol da, io dico che suo detto non appartiene alla scienza di rettorica, anzi è del comune parlare de li huomini, che sono sanza arte, o maestria. Et questo sia dilungato da noi, & rimanga alla semplicità de villani, & del minuto popolo, però che à loro non appartengono le cittadine cose. Ma s'elli fa artificialmente per movere lo cuore, di colui à cui elli parla, o manda lettra, conviene che ciò sia in pregio, o in dimandare alcuna cosa, o per consiglio, o per minaccie, o per conforto, o per comandamento, o per amore, o per altre simigliante cose, elli bene che colui à cui manda lettra sarà defensione contra quel che elli manda. Et però li savi dettatori confermano le loro lettre con buone ragioni et con forti argomenti che l'aiutano à ciò ch'elli vuole, si come fosse alla contentione dinanzi lui. Et cotale lettra appartiene à rettorica, cosi come le canoni, ne le quali l'uno amante parla all'altro, si come si fosse dinanzi à lui alla contentione. Et pero potemo noi intendere, che contentione sono in due modi.

  1. o in aperto, quando l'huomo se difende per bocca, o per lettre.
  2. o non in aperto, quando l'huomo manda lettra fornita di buoni argomenti contra alla difesa, che pensa che l'altro habbia.

Et tutte le contentioni appartengono alla rettorica, cioè de le cosi cittadine, & de le bisognose à principi de le terre, & de le altre genti. Et non di fabole, ne del movimento de l'anno, ne del compasso de la terra,19 ne del movimento de la luna, ne de le stelle, però che di tale contentione non si intramette questa scienza.

Del contendimento che nasce de le parole scritte. Cap. 5.

Però appare

che tutte le contentioni,
  1. o elle sono per parole scritte,
  2. o elle sono per parole à bocca,

secondo202rOTTAVO.202che Tullio disse. Et quello ch'è per parole scritte, puote essere in cinque modi.

  1. Che alcuna volta el parlare non si accorda alla sentenza di colui che la scrive.
  2. Et alcuna volta due parole in due luoghi spesso si discordano intra loro.
  3. Et alcuna volta pare, che quello ch'è scritto significhi due cose, o piu.
  4. Et alcuna volta adiviene, che di quello ch'è scritto l'huomo trahe senno & essempio di quello che debbia fare in alcuna cosa, che non sia scritta.
  5. Et alcune volta è la contentione su la forza d'una parola scritta, per sapere quello ch'ella significa.

Come tutte contentioni nascono in quattro cose. Cap. 6.

Da altra parte c'insegna Tullio,

che tutte contentioni, o di bocca, o di scritta nascono
  1. del fatto,
  2. o del nome di quel fatto,
  3. o di sua qualita,
  4. o di suo mutamento.

Perche se l'una di queste quattro cose non fosse, non vi potrebbe nascere contentione.

  1. Io dico che tu hai alcuna cosa fatta, & si te mostrerò alcuno segno, per provare che tu l'habbi fatto in questa maniera. Tu uccidesti Giovanni, ch'io ti viddi trarre lo coltello sanguinoso del suo corpo. Ma tu di che non vi fosti, & dici che non l'hai fatto ne ucciso. & cosi nasce la contentione del fatto intra me & te, ch'è molto grave & forte à provare, però che l'uno ha altresi forti argomenti, come l'altro.
  2. La contentione che nasce del si è, quando ciascuno de le parti cognosce el fatto, ma elli sono in discordia del , in questa maniera. Io dico che questo huomo ha fatto sacrileggio, però che ha imbolato uno cavallo dentro ad una chiesa. Dice l'altro. Questo huomo non è sacrilego, anzi è ladrone, & cosi nasce la contentione per lo nel fatto. 202vLIBBROEt sopra ciò si convien pensare, che è l'uno & l'altro. Che sacrilegio si è furare le cose sagrate di luogo sagrato. ma tutte maniere d'inbolare è ladronezzio. Et à questa contentione conosce l'huomo lo fatto. ma elli sono in discordia del nome di quel fatto solamente.
  3. La contentione che nasce de la qualitade si è, quando l'huomo conosce el fatto, cioè de la forza, & de la quantità, & de la comparatione. Ragione come. Io dico che questo è uno crudele fatto, o che è piu crudele, che non è quello altro, o che questo è ben fatto secondo ragione & secondo giustitia, & l'altro dice che non è. Et quando Catellina disse. A Tullio,che non era tanto valuto al comune di roma, come egli.Et quando el senatore dicea. Meno vale à destrugere cartagine, che lassarla.Et quando Giulio cesare dicea. Io cacciai Pompeo giustamente.Io dico che le questioni tutte nascono de la qualità del fatto, & non del fatto et del suo .
  4. La contentione che nasce del mutamento si è, quando uno comincia una questione, & l'altro dice che la dee essere rimossa. però che non si mutò contra colui à cui doveva,20,21 o davanti quella legge, o di quel peccato, o di quella pena. La contentione che nasce de la qualità del fatto, come ch'el fatto sia. Tullio dice. Ch'ella si divide in due parti.
    1. L'una si è diritto, che pensa de le cose presenti, & de le futture secondo l'uso del diritto del paese. Et à provare ciò si si travagliano i parlatori per la comparatione che à loro cade à fare de le simiglianti cose, o de le contrarie.
    2. L'altra si è di legge che considera solamente ne le cose passate secondo legge scritta.

Et in ciò basta à dire quello ch'è scritto ne la legge, secondo uso de le cose giudica203rOTTAVO.203te s'elle sono giustamente fatte, o contra à giustitia. Et d'uno huomo s'egli è degno di pena o di merito. Et questa medesima ch'è de la legge si è doppia chiara. Che per sua chiarezza mostra inmantenente se la cosa è bona o ria, o di ragione o di torto. Et è unaltra improntezza,22 che per se non ha nulla difesa, s'ella non l'impronta di fuori. El suo impronto è in 4. maniere,

  1. o per conoscenza,
  2. o per rimutanza,
  3. o per vendetta,
  4. o per comparatione.
  1. Conoscenza si è, quando non nega ne non difende lo fatto, anzi dimanda che l'huomo li perdoni. Et può ciò essere in due maniere.
    1. L'una sanza colpa,
    2. & l'altra per preghera.
    Sanza colpa è, quand'elli dice che nol fece scientemente, anzi per non sapere, o per necessità, o per impacciamento, & preghera, & quand'elli prega che li perdoni la sua offesa, & questo non adiviene spesse volte.

Di rimutamento di molte maniere. Cap. 7.

  1. Rimutanza si è, quando l'huomo si vuole cessare del misfatto ch'elli non fece, & ch'elli non v'hebbe colpa, anzi lo mette sopra un'altro. Et cosi si sforza di rimutare lo fatto & la colpa da se ad un'altro. Et ciò può essere in due maniere,
    1. o mettendo sopra l'altro la colpa o la cagione, et mettavi lo fatto. Et certo la cagione & la colpa mette elli sopra all'altro, quando dice, ciò ch'è adivenuto è adivenuto per la forza, & per la signoria, che quel altro havea sopra colui che si difende.
    2. Lo fatto puot'elli mettere sopra un'altro, quando elli dice che nol fe, ne non fu fatto per colpa ne per cagione di lui. Ma elli mostra che quello altro lo fece, però che potea & dovea farlo.
  2. Vendetta si è, quando l'huomo conosce bene ch'el fe ciò che l'huomo dice di lui. ma non mostra che ciò fu fatto ragionevolmente, & perciò è vendetta,203vLIBBROperche dinanzi havea elli ricevutolo perche.
  3. Comparatione è quando conosce che fe quello che l'huomo gli oppone, ma elli non monstra ch'elli lo facesse per compire unaltra cosa honesta, che altrimenti non potrebbe essere menato à buono fine.

Di che l'huomo de considerare in sua materia. Cap. 8.

Anche ne insegna Tullio che noi pensiamo sopra questa nostra materia, de la quale noi dovemo parlare, o scrivere lettere, s'ella è simplice d'una cosa solamente, o di molto. Et poi che noi havemo considerato diligentemente lo conoscimento de la contentione, & tutto suo essere, et le sue maniere, anche ci conviene sapere, che et come è la questione, & la ragione el giudicamento, el confermamento de la contentione.

Come dee essere stabilito l'intendimento. Cap. 9.

Per questo insegnamento ch'el maestro divisa qua adietro, dovete noi intendere, che contentione non è altra cosa, che la discordia ch'è intra due parti, o intra due dettatori, si come l'uno dice ch'elli ha detto, & l'altro dice non ha. Et quando sono aciò venuti, all'hora si conviene vedere s'elli ha diritto, o se no, & quest'è la contention de la questione. Ma però che poco si vale à dire ch'elli ha diritto, se non mostra ragione, perche conviene che dica inmantenente la propria ragione per la quale elli si si credea havere diritto ne la sua quistione, pero che s'elli non dicesse inmantenente, sua quistione per mala difesa sarebbe fievole. Et quando elli ha detto la sua ragione, per infievilire la ragione, che l'altro mostra, et per avvilire sua difesa. Et all'hora nasce el giudicio sopral detto de l'uno & de l'altro, per giudicare se quelli ha diritto,204rOTTAVO.204per la ragione che elli ha dimostrate. Et quando sono aciò venuti, inmantenente dicono loro confermamento, cioè à dire, li forti argomenti & le bone ragioni, che piu vagliono à giudicamento. In questa maniera ordinano li savi le lettere & le parole, per mostrare el dritto, & per confermare la ragione. Et sappiate, che tutte maniere di contentioni, tanto quanto elli hanno discordia & di capitoli quistionali, altretanto vi conviene havere di quistione & di ragione & di giudicio & di confermamento. Salvo che quando la contentione nasce del fatto di che l'huomo conosce, lo certo giudicio non può essere sopra la ragione, però chi nega, & non assegna nulla di sua negatione, all'hora el giudicamento sopra la ragione solamente, cioè à dire s'egli fece ciò ò . Et non dee l'huomo pensare che questo insegnamento sia follemente donato in su le contentioni, che sono in piato o in chorte, anzi sono in tutti fatti che l'huomo dice, consigliando o pregando, o in messagio, o in altra maniera. Et in lettere che l'huomo mandi altrui, osservi questo medesimo ordine, perche non ti domanda elli quello che vuole, & questo si è come quistione, perche elli è in questione & in paura che l'altro si difenda per alcune ragione contra sua richiesta. Et però dice elli la ragione inmantenente, per la quale l'altro debbia fare ciò che chere. Et perche l'altro non possa infievilire con quella ragione mette elli forti argomenti, di quali elli si fida piu. Et alla fine de la soa lettera, da elli l'accoglimento, ove dimanda, che s'elli fa quello ch'elli richiede, che ne nascera questo & quello. Et ciò è in luogo di giudicio & di confermamento. Ma di questo divisamento si tace el conto, per dire de l'al204vLIBBROtre parte di bona parlatura, ch'è dibisogno nel conto. Che alla verita dire, l'huomo non dee pensare solamente quello che de contare dinanzi. ma conviene stabilire le primaie parole & le diretane, s'elli vuole ch'el suo detto sia bene accordante à sua materia.

Di due maniere di parlamenti, cioè in prosa & in rima. Cap. 10.

La divisione di tutti parlatori si è in due maniere.

  1. L'una è in prosa,
  2. & l'altra in rima.

Ma la dottrina de la Rettorica è comune ad amendue. Salvo che la via di prosa è larga & piena, si come la comune parlatura de la gente. Ma lo sentiero di rima è più stretto & piu forte, si come quello ch'è chiuso & fermato di muri & di palagi, cioè à dire di peso & di misura et di numero certo, di che l'huomo non può & non dee trappassare. Che chi vuol bene rimare, dee ordinare le sillabe in tal modo, che versi siano accordevoli in numero, & che l'uno non habbia piu che l'altro. Appresso ciò li convien misurare le due diretane sillabe del verso, in tal maniera, che tutte le lettere de le diretane sillabe sieno simili, & al meno le vocali de la sillaba che dinanzi alla diretana. Poi li conviene contrapesare la intentione. 23Che se tu accordi le lettere et le sillabe per rima, & non sia ritto alla intentione, si discordera. Et se ti conviene parlare ò per rima ò per prosa, guarda ch'el tuo detto non sia magro ne semplice, anzi sia pieno di diritto & di senno, cioè à dire di diritto & di sentenza. Guarda che toi motti non sieno lievi, anzi sieno di gran peso. ma non di si grande, che faccia trabuccare. Et guarda che non apportino laido nullo, anzi habbia bel colore dentro & di fuore. Et la scienza di Rettorica sia ne le tue depenture, per dare colore in rima & in205rOTTAVO.205prosa. Ma guarda di troppo dipignere, che alcuna fiata è coloro lo schifare de colori.

Hora dirà el maestro del ordine. Cap. 11.

In questa parte passata ha divisato el maestro

  1. el fondamento
  2. & la natura di questa arte,
  3. & come l'huomo dee stabilire la sua materia per ordine
  4. & per parte.

Ma per meglio schiarare ciò ch'egli ha detto, dirà de le circunstanze, che appartengono all'ordine24 di questa arte. Ch'elli non volse fare come fece Ciclico di cui parla Horace. 25,26Elli non vuole tornare la lumiera in fumo, anzi del fumo fara lumiera. Che tutto quello che dice per circunstanze, mostrara per essempio. Et voi havete nel cominciamento di questo libbro. che poi che l'huomo ha trovato nel suo cuore quello chel vuol dire, si dee ordinare suo detto per ordine, cioè à dire ch'elli dica ciascuna cosa in suo luogo. Et questo dire ordinato27 è in due maniere.

  • L'una è naturale,28
  • & l'altra artificiale. 29

La naturale30 sene per lo gran camino, ne non esce ne d'una parte ne d'altra, cioè à dire, le cose secondo ch'elle furo del cominciamento alla fine, quel dinanzi dinanzi, quel di mezo di mezo, & quel de la fine dirietto. Et questa maniera di parlare è sanza grande maestria d'arte, & però non sene intramette questo libbro.

Del parlare artificialmente. Cap. 12.

L'Ordine del parlare artificiale31 non si tiene al gran camino, anzi ne per sentieri, & per dirizzamento, ch'el mena piu avacciamente ov'elli vuole andare. Ch'elli non dice ciascuna cosa secondo ch'ella fue, anzi muta quel dinanzi nel mezo o dirieto nel suo dire, & non disavedutamente, ma con senno, per affermare sua intentione. Et però muta el205vLIBBROparlatore spesse volte el suo prologo, & suo conditioni, & l'altra parte del suo conto, & non le mette nel naturale luogo, anzi ov'ellino piu vagliono. Però che le piu ferme cose si vogliono mettere al cominciamento & alla fine, ele piu fragile nel mezo. Et quando tu vuoli rispondere à tuo avversario tu dei cominciare tuo conto alla sua diretana ragione ne la quale elli per avventura piu si fida. Simigliantemente è di colui che vuole contare una vecchia storia, elli è buono lasciare lo suo diritto sorso, & variare suo ordine, in tal modo, paia nuova. Et questo medesimo vale molto in sermonare, & in tre cose,

  • che l'huomo dee guardare alla fine,
  • ciò che piu piaccia,
  • & ciò che piu si muova gl'uditori.

Et questo ordine artificiale32 è diviso in. 8. maniere.

  1. La prima si è à dire al cominciamento quello che fu alla fine.
  2. La seconda è à cominciare à quel che fu nel mezo.
  3. La terza si è fondare lo tuo conto ad un proverbio.
  4. La quarta si è fondare secondo che segnalo mezo del proverbio.
  5. La quinta si è fondare la fine del proverbio.
  6. La sesta è fondare tuo conto secondo la significatione de la fine e de l'essempio.
  7. La settima si è fondare secondo la significatione del mezo de l’essemplo.
  8. L’ottava si è fondare tuo conto secondo la significatione de la de l’essempio.
  1. La fine de la cosa comincia quelli che dice, adivegna ch'el sole quando si colca ci lasci iscura notte, la mattina torna chiara & lucente. Et quello che dice. Abraam quando volea uccidere lo figluolo, per rendere sacrificio à dio, l'angielo li recò un montone per fare lo sacrificio.El simile fece Virgilio, quando cominciò la storia di Troia & di Roma, che cominciò lo suo libbro da Enea quand'elli fuggi de206rOTTAVO.206la destrutione di Troia. 33
  2. Nel mezo de la cosa comincia quelli che dice. Abraam lasciò lo suo servo col somiere à pie del monte, perche non volea ch'elli sapesse sua volontà.
  3. La similitudine del cominciamento del proverbio comincia quelli che dice, molto serbe grande merito, chi ha buona fede serve volentieri & vaccio si come Abraam fe, che quando dio gli comandò ch'egli uccidisse lo suo figliuolo, incontanente andò à compire lo suo comandamento.
  4. Alla signigicanza del mezo del proveribio comincia quelli che dice. Lo servo non dee sapere lo secreto del so signore, & però lasciò Abraam lo suo servo, quand'elli andò sul monte per fare suo sacrificio.
  5. Secondo la fine del proverbio comincia quelli che dice. Non è degna cosa che intera fede perda suo merito, et però liberò dio Abraam del suo sacrificio.
  6. Secondo che significa lo cominciamento d'uno essempio, comincia quelli che dice, buono arbore da buon frutto, et però volse idio, ch'el figliuolo d'Abraam fosse messe sopra al suo altare, che non vi morisse.
  7. Alla significanza del mezo de l'essempio comincia quelli che dice. L'huomo dee trarre del grano ogni mal seme, aciò che lo pane non sia amaro. Et però lasciò Abraam lo suo servo, perche no li impacciasse lo suo sacrificio.
  8. Alla significanza de la fine de l'ssempio comincia quelli che dice, si com'el sole non perde la sua chiarezza per la notte, cosi el figliuolo d'Abraam non perdè sua vita per lo sacrificio del suo padre, anzi tornò bello & chiaro, si com'el sole quando si leva.

Hor havete udito diligentemente com'el parlatore può dire el suo conto secondo ordine naturale,34 & com'elli puote dire secondo ordine artificiale35 in otto maniere. 206vLIBBROEt sappiate, che proverbi & essempi che si accordano alla materia, sono molto buoni, ma non siano troppo spessi, perche allhora sarebbero elli gravi & sospetti.

Come lo parlatore dee considerare la sua materia dinanzi che dica ò scriva suo conto. Cap. 13.

Apresso conviene che tu guardi in tua materia quattro cose se tu vuoli essere buono parlatore, o bene dettare saviamente lettre.

  1. La prima si è, che se tu hai materia lunga, o scura, che tu la debbi abbreviare per parole brevi & intendevoli.
  2. La seconda si è, che se tu hai materia et breve & oscura, che tu la debbi crescere & aprire bellamente.
  3. La terza si è, che se tu hai materia lunga & aperta, tu la dei abbreviare & rinforzare di buoni motti.
  4. La quarta si è, che se tu hai materia breve & lieve, tu la dee allogare & ornare avenevelmente.

Et in questa maniera dei tu pensare in te medesimo & conoscere se la materia è lunga, o breve, ò scura, si che tu possi ordinare ciascuna secondo suo ordine. Che materia si è come la cera, che si lascia menare crescere & mancare à volontade del maestro.

Come l'huomo può crescere el suo conto in otto maniere. Cap. 14.

Se tua materia è da crescere, puoila crescere in otto maniere, che si chiamano colori di Rettorica.

  1. Onde la prima si chiama ornamento, che tutto ciò che l'huomo può dire in tre modi, o in quattro in poche parole, elli l'accrescono per parole piu lunghe & piu avenevoli che dicano. Iesu christo nacque de la vergine Maria. Lo parlatore che vuole ciò ad ornare, dira cosi. Lo benedetto figliuolo di dio prese carne de la gloriosa vergine Maria, che tanto vale à dire, come207rOTTAVO.207quel poco dinanzi. O se io dicesse. Iulio Cesare fu Imperadore di tutto'l mondo. El parlatore ch'el suo detto vorrà crescere, dirà cosi. Lo senno e'l valore del buono Giulio cesare sottommesse tutto'l mondo à sua suggestion, & fu Imperadore & signore in terra.
  2. La seconda si chiama torno,36 che ov'è tua materia è tutta breve, tu cambierai li propi moti, & muterai li nomi de le cose & de le persone in molte parole bellamente intorno, & farai punto al tuo detto, & riposserai el tuo spirito, tanto quanto tu allogherai tuo detto, & in senno & in parole. Et questo può essere in due maniere,
    1. o ch'elli dica la verità chiaramente. Et allhora se vuoli dire, el si fa di, dirai. Et comincia gia el sole à spandere li razi suoi sopra la terra.
    2. O che li lascia la verità per suo ritorno, che tanto vale secondo l'Apostolo che dice. Elli hanno rimutato l'uso ch'è di natura, in quello uso ch'è contra natura,37perciò ritornò l'Apostolo et schivà una laida parola, che elli volea dire, & disse quello che tanto vale.
  3. Lo terzo si è colore per accrescere tuo detto, & chiamasi comparatione. & questo è il piu bello accrescere, e'l piu avenevole, ch'el parlatore faccia. Ma egliè diviso in due maniere,
    1. cioè coverta
    2. & discoverta. Che discoverta si fa conoscere per tre moti, che significano comparatione, cioè
      1. piu,
      2. & meno,
      3. & tanto.
      1. Per questo moto piu, dice l'huomo cosi. questo è piu forte chel leone.
      2. Per questo moto meno, dice l'huomo cosi. questo è meno cruccevole chel colombo.
      3. Per questo moto tanto, dice l'huomo cosi. questo è tanto codardo quanto lepre.
    3. La seconda maniera ch'è coverta, non si fa conoscere à questi segni, & ella non viene in sua figura, anzi mostra un'altra significanza di fuori, & è quasi giunta con la verità dentro, come s'elle fos207vLIBBROse de la materia medesima. D'uno huomo pigro io diro, questo è una testugine. Et d'uno usnello io diro, questo è un vento. Et sappiate, che questa maniera di parlare è molto buona, & molto cortese, & di buona sentenza. Et puolla l'huomo melto trovare ne detti de savi.
  4. Lo quarto colore si chiama lamento, però che l'huomo parla si come gridando et piangendo di cruccio o per disdegno, o per altre cose simiglianti. Ragione come. Hai natura? perche facesti tu lo Re giovane, si pieno di tutti buoni atti, quando'l dovevi cosi tosto lasciare? Hai mala morte? hor fossi tu disfatta, quando tu n'hai portato lo fiore del mondo.
  5. Lo quinto colore ha nome fattura, però che l'huomo fa una cosa che non ha podere, ne cura di parlare, si come se la parlasse. Si come noi potemo vedere de le genti che ciò dicono di bestie, o d'altre cose si como havessere parlato. Et questo è si intendevole, ch'el maestro non intende à ciò porre alcuno essempio.
  6. Lo sesto colore si chiama trapasso, però che quando el parlatore ha cominciato suo detto per dire suo conto, elli se ne parte un poco & trapassa ad un'altra cosa ch'è simigliante à sua materia. Et all'hora è elli buono & utile. Ma se quel trapasso non è bene accordante à sua materia, certa ella sarà malvigia & dispiascevole. Et però fe bene Iulio Cesare quando elli volse difendere quelli de la congiuratione di roma, elli fe suo trapasso al perdono, elquale i loro antichi haveano per adietro fatto à quelli di Rodes e di cartagine. Et cosi fe elli quando li volse giudicare à morte, egli contò Manlio torquato come elli giudicò à morte so figliolo. Altresi trapassa l'huomo spesse volte alla fine, o al mezo di sua materia per rinovare quello che parea vecchio, o per altra buona ragione.
  7. 208r
  8. 208Lo settimo colore si chiama dimostramento, & dice la proprietà & segni de la cosa & de l'huomo che si appartenga di provare à sua materia, sicome lascrittura dice.Elli havea ne la terra di Hus uno huomo, che havea nome Iob, semplice diritto & temente Idio.Cosi fe Tristano, quando divisò la belta di Isotta, suo capegli disse risplendono come fila d'oro, la sua fronte sormonta sopr'al giglio, sue nere ciglia sono piegate come piccioli arconcelli, et una picciola via li diparte mezo lo suo naso, & si per misura, che non ha piu ne meno, suoi occhi sormontano tutti smeraldi lucenti nel suo viso come due stelle, sua faccia seguita la beltà de l'aurora, perche la ha di vermeglio et di bianco insieme, che l'uno colore con l'altro non risplende malamente, la bocca picciola, & labbra spesse & ardenti di bel colore, et denti piu bianchi che avorio, & sono posti per ordine et per misura, ne pantera, ne pesce non si puo comparare al suo dolce fiato de la sua bocca,39 lo mento è assai piu pollito che marmo, latte colore al suo collo, & cristallo risplende alla sua gola, de le sue spalle escono due braccia forti, & lunghe, & bianche mani, & le dita grandi & ritonde, ne le quali risplende la beltà de l'unghie, lo suo petto è ornato di due belli pomu di paradiso, et sono com'una massa di neve, & è si isnella ne la cintola, che l'huomo la potrebbe à vincere con le mani. Ma io tacerò de l'altre parte de le membra, dentro de le quali lo cuore parla meglio, che la lingua.
  9. Lo ottavo colore si chiama addoppiamento, però ch'el parlatore addoppia lo suo conto, & dicelo due volte insieme. Et questo è in due maniere.
    1. L'una si è che dice sua materia, & immantenente lo ridice per lo contrario del suo detto. Io voglio dire d'uno huomo208vLIBBROch'elli è giovane, cioè addoppierò mio dire in questa maniera. Questo giovane non è vecchio, & questo dolce non è amaro.
    2. L'altra maniera dice sua materia, et inmantenente ridice altre parole, che cessano el contrario di quello ch'elli havea detto in questa maniera. Vero è che questo huomo è giovane, ma el non è folle. & tutto chel sia nobile, elli non è orgoglioso. egliè largo, & non guastatore.

Hor havete udito come l'huomo puote accrescere la sua materia, & allongare suo detto, che di poco se cresce molta biada, & picciola fontana comincia gran fiume. Et però è ragione, ch'el maestro mostri come l'huomo può abbreviare suo conto, quando è troppo lungo. Et ciò mostrerà elli qui inanzi, ov'elli dirà del dire.40 Qui tace lo mastro de la dottrina del gran parlare, cioè à dire d'uno conto & d'una pistola che tu vuoli dire, o fare sopr'alcuna materia che viene. Ch'el maestro chiama parlatura lo generale nome di tutti detti. Ma tutti i conti sono messi in uno solo detto, o in una sola lettra, o altre cose, che l'huomo s'usa in materia.

De le parti del conto, & come el parlatore dee stabilire li suoi detti per ordine. Cap. 15.

Le parti del conto, secondo che Tullio c'insegna sono 6.

  1. El prologo.
  2. 41
  3. El divisamento.
  4. El confermamento.
  5. El differamento.
  6. Et la conclusione.

Ma i dettatori, che dittano le lettre per arte di Rettorica, dicono, che in una lettra non è mai che. 5. parti, cioè,

  1. saluto,
  2. prologo,
  3. fatto,
  4. la dimanda,
  5. & la conclusione.

Et se alcuno dimanda, perche è discordia tra Tullio e dettatori? Io dico, che la discordia è per sembianza, & non per verita. Che dove i dettatori dicono che la salute è la prima parte de la lettra. Tullio intese et209rOTTAVO.209volse, che salute fosse sotto'l prologo. Che tutto ciò che l'huomo dice dinanzi al fatto, & come apparecchiare, chiara sua materia, & è prologo. Ma li dettatori dicono, che la salute è porta del conto & suoi occhi, & però li danno l'honore de la prima parte di lei, & ambascia. però che mandare lettre, o messi, tutto per una via. Et d'altra parte che Tullio chiama el divisamento, li dettatori la comprendono sotto'l fatto. Et quella che Tullio chiama confermamento, li dettatori la comprendono sotto loro dimanda. Et per meglio intendere li nomi de l'uno & de l'altro, & per conoscere l'intentione di Tullio & glialtri dettatori, volse el maestro dichiarare hora le significationi de l'uno & de l'altro, & di ciascuno parte lo suo nome.

De le sei parti del conto à parlare di bocca. Cap. 16.

  1. Prologo è cominciamento & la prima parte del conto, che dirizza & apparecchia la via e'l cuore à coloro à cui tu parli, ad intendere ciò che tu dirai.
  2. Lo fatto si è à contare le cose che furono & che non furono, si com'elle fossero. Et questo è quello quando l'huomo dice quello, su'l quale elli fermo suo conto.
  3. Divisamento si è, quando l'huomo conta lo fatto, & poi comincia à divisare le parti, & dice. Questo fu in tal maniero, & questo in tal maniera, & accresce quelle parti che sono piu utili à lui, & piu contrarie al suo adversario, & ficcale lo piu ch'elli può nel cuore di colui à cui parla. Et allhora pare che sia contra al fatto. Et questa è la cagione, perche li dettatori contano el divisamento sotto'l fatto.
  4. Confermamento è ove il dettatore mostra le sue ragioni, & assegna tutti li argomenti che può approvare sue ragioni, & accrescere fede et credenza al suo209vLIBBROdetto.
  5. Disfermamento è, quando el dittatore mostra le sue sue buone ragioni, & suoi forti argomenti, & che indebiliscono & distruggono el confermamento di suo adversario.
  6. Conclusione è la direttana parte del conto.

Queste sono le parole del conto secondo la scienza di Tullio. Hora è buono contare le parti, che i dittatori dicono. Et dirà prima de la salute.

De la salutatione de le lettre mandate Cap. 17.

Salute è cominciamento di pistole, che nomina quelli che manda & quelli che riceve le lettre, & la dignità di ciascuno, & la volontà del cuore, che quelli che manda ha contrario di colui che riceve, cioè à dire. Che se gliè suo amico, si la manda salute, & altre parole, che tanto vagliono & piu. Et se gliè nimico, elli si tacerà, & mandaralli alcuna parola coperta & discoperta di male. Et se egli è maggiore, si li manda parole di reverenza. Et cosi dee l'huomo fare à pari & à minori, come si conviene à ciascuno. In tal mmaniera, che non habbia vitio di piu, ne di falsità di meno. Et sappiate ch'el nome di colui ch'è maggiore & di piu alta dignità, dee sempre essere posto inanzi, se non è per cortesia, o per humiltà, o per altre cose simiglianti. Del prologo & del fatto, et de la lor forza ha detto lo maestro qui dinanzi la significanza, & però non dirà piu hora. Però che i dittatori se ne accordano bene alla sentenza di Tullio. Ma de la dimanda dice el maestro che l'è quella parte, ne laquale quella lettra e'l messeggio dimanda ciò che vuole, pregando, o comandando, o minacciando, o consigliando, o in altra maniera di cose, in che elli spera d'acquistare lo cuore di colui, à cui elli manda. Et quando el dittatore ha finita sua dimanda, o mostra suo confermamento, o210rOTTAVO.210suo disfirmamento, elli fa la conclusione, cioè la fine del suo detto, nelquale elli conclude la forma del suo detto come gliè, & che ne può adivenire.

De lo insegnamento del prologo secondo la diversità de le maniere. Cap. 18.

Et però ch'el prologo è signore & principe del conto, secondo che Tullio disse nel suo libbro, convenevel cosa è, che sopra ciò dia lo maestro la soa dottrina. Di che Tulliodisse,che Prologo è uno detto, che acquista advenentemente lo cuore di colui, à cui tu parli, ad udire ciò che tu dirai. Et questo può essere in due maniere,

  1. o per acquistare sua benivolenza,
  2. o per darli volonta d'udire suo detto.

Et però io dico, che quando tu vogli bene fare tuo prologo, elli ti conviene inanzi considerare tua materia, & conoscere la natura del fatto, & la tua maniera. Fa dunque come colui che vuole misurare, che non corra avaccio de l'opera, anzi la misura ne la lingua del suo cuore, & comprende ne la sua memoria tutto l'ordine de la figura. Et tu guarda che tua lingua non sia corrente à parlare, ne la mano à scrivere, ne non cominci ne l'una ne l'altra à corso di fortune, ma el tuo senno tegna in mano l'officio di ciascuna, in tal maniera, che la mateeria sia lungamente ne la bilancia del tuo cuore, & dentro lui prenda l'ordine di sua via, & di suo fine. Però che i bisogni del secolo sono diversi. Et però conviene parlare diversamente in ciascuna, secondo loro maniera. Tullio dice,

che tutti detti sono in cinque maniere,
  1. o egliè honesto,
  2. o contrario,
  3. o vile,
  4. o dottoso,
  5. o oscuro.

Et però pensa, che tu dei altrimenti cominciare et seguire tuo conto ne l'una che ne l'altra, & altrimenti acquistare sua benivolenza &210vLIBBROa volontà su l'una materia che su l'altra. Et sappiate che

  1. honestà è quello, che incontanente piace à quelli che lo intendono sanza prologo, et sanza alcuno ordinamento di parlare.
  2. contrario è quello, che inmantanente dispiace per sua malitia.
  3. Vile è quello che de intendere & none intendere guari per la viltà.
  4. Et per la picciolanza de le cose dottose, in due maniere,
    1. o perche l'huomo si dotta di sua sentenza,
    2. o perche gli è d'una parte honesta & da l'altra dishonesta, in tal maniera, che la ingeneri benivolenza et odio,
  5. & non può intendere, o perche non è bene savio, o che gli è travagliato, ò per tuo detto sia si oscuro, ò coperto, o aviluppato, ch'elli non può bene conoscere.

Di due maniere di prologi, coverti & discoverti. C. 19.

Per la diversita de detti & de le cose, sono li prologi diversi. Et sopra ciò dice Tullio,

che tutti i prologi sono in due maniere,
  1. l'uno si chiama cominciamento,
  2. & l'altro copertura.
  1. Cominciamento è quello che in poche parole acquista la benivolenza & la volontà di coloro che l'odono.
  2. Covertura è quando il parlatore mette molte parole intorno al fatto, & fa vista di non volere quel che vuole per acquistare covertamente la benevolenza di coloro à cui parla.

Et però si conviene sapere quale de le due parole o prologi de essere sopra ciascuna materia di nostro conto.

Quale prologo conviene sopra nostra materia. C. 20.

La nostra materia è d'honesta cosa, si che non vuole covertura nulla. ma incontanente cominciare nostro conto, & divisare nostro affare, che la honestà de la cosa habbia gia acquistata la volontà de gl'uditori, in tal manie211rOTTAVO.211ra, che per coverta non habbino à travagliare. Et non per tanto alcuna fiate è buon un bel prologo, non per acquistare gratia, ma per accrescerla. Et se noi volemo lasciare lo prologo, egli è buono à cominciare ad un buon detto, ò à uno sicuro argomento.

Quale prologo conviene sopra contraria materia. C. 21.

Quando la materia è contraria, o crudele, o contra diritto, che tu vuoli domandare una grande cosa, o cara, o strana, all'hora dei tu pensare, se l'uditore è comoto contra te, o s'elli ha proposto nel suo cuore, di non fare niente di tua richiesta. Che se ciò fosse el ti conviene fuggire alla covertura, & colore di parole nel tuo prologo, per abbassare suo cruccio, & addolcire sua durezza, & in tal maniera, che suo cuore sia appagato, & tu n'acquisti sua gratia. Ma quando suo cuore non è guari turbato contra te, all'hora ne potrai tu passare leggiermente per un poco di buon cominciamento. Et quando la materia è vile et picciola, & che l'uditore non intende acciò se non poco, all'hora conviene che tuo prologo sia ordinato di tali parole, che diano piacere d'udire, & che n'affini tua materia, & che lo levino di sua intentione. Et quando la materia è dottosa, perche tu dimandi due cose, & l'huomo dotta de la sentenza, la quale di due cose dee essere affermata, all'hora dei tu cominciare tuo prologo alla sentenza medesima de la cosa che tu vuoli, o alla ragione, in che tu piu ti fidi. Et s'ella è dottosa, perche la cosa è d'una parte dishonesta all'hora dei tu ornare tuo prologo per acquistare l'amore & la gratia de gl'uditori in tal maniera, cha paia loro che tutta la cosa è tornata honesta. Et quando la materia è oscura211vLIBBROà intendere, all'hora dei tu cominciare tuo conto per parole che diano talento à gl'uditori di sapere quello che tu vuoli dire, et poi divisare tuo conto, secondo che tu pensarai che sia lo meglio.

Di tre cose che sono bisogno à ciascuno prologo, che non può essere bono l'uno sanza l'altro. C. 22.

Per questo insegnamento potemo sapere, che in tutte maniere di prologi sopra qualunque materia elli sieno, ci convien fare una de le tre cose,

  1. o d'acquistare la gratia di colui à cui noi parliamo,
  2. in donarli talento d'udir lo tuo detto,
  3. o di saperlo.

Che quando nostra materia è d'honesta cosa, o maravigliosa, o dottosa, nostro prologo dee essere per acquistare. Ma se tua materia è vile, all'hora dee essere per darli talento d'udire. Et quando la materia è oscura, all'hora dee essere per darli talento di sapere quello che tu lidirai. Et però è ragione ch'el maestro ci dica come ciò può essere, & in che maniera.

De la dottrina per acquistare benivolenza. Cap. 23.

Benivolenza s'acquista da quattro parti,42

  1. cioè per nostro corpo,
  2. o per lo corpo di nostro adversario,
  3. o dagl'uditori,
  4. o da la materia medesima.
  1. Dal corpo nostro s'aquista, quando noi ricordiamo nostre opere o nostre dignitadi cortesemente, sanza nullo orgoglio. & sanza nullo oltraggio. Et quando l'huomo mette sopra noi alcuno biasimo ò alcuna colpa, se noi diciamo che noi nol faciemo, & che ciò non fu da parte nostra, et se noi mostramo lo male et le disaventure che sono state, & che possono adivenire à noi & à nostri, & se nostra preghiera è dolce & di buon'aria, & di pieta & di misericordia, & se noi non proferiamo di buon'aria à gl'uditori, per quest'altri sembrabili co212rOTTAVO.212se & propietadi de noi et de nostri s'acquista benivolenza, secondo quello che à Rettorica s'appartiene. Et sappiate, che ciascuno huomo in ciascuna cosa ha sua propieta, per la quale l'huomo può acquistare gratia o disgratia. Et di ciò dirà lo maestro quàdinanzi, ov'elli sarà luogo & tempo.43
  2. Per lo corpo di tuo avversario acquisterai tu gratia, se tu conti la proprietà di lui, che ti metta in invidia o in dispetto de gl'uditori. Che sanza fallo tuo avversario è in odio, se tu vedi che quello ch'elli ha fatto è contra diritto & contra natura, & per suo grande orgoglio, o per sua fiera crudeltà, o per troppo malitia. Altresi cade in invidia, se tu conti la forza & l'ardimento di tuo avversario, & sua possanza, & sua signoria, & sue ricchezze, & suoi huomini, et suo parenti, et suo lignaggio, et suoi amici, et suo tesoro, et suoi danari, & la sua fiera natura, che non è da sostenere, et ch'elli usa senno & suo podere in malitia, & ch'elli si fida piu di quello, che di suo diritto. Altressi vien'egli in dispetto, se tu mostri che tuo avversario sia vitioso, sanza senno, & sanza arte, & huomo lento & pegro. Et che non si studia se non ne le cose frodolenti, & che elli mette tutto il suo tempo in levità, in lussuria, in gioco, & in taverne.
  3. Per lo corpo de gl'uditori s'acquista benivolenza, se tu dici li buoni costumi, & le proprietà di loro bontà, & lodi loro & le loro opere, & dici che sempre è stato loro costume di fare tutte loro cose saviamente & arditamente, secondo idio, & secondo giustitia, & che tu ti fidi di loro, et che tutto lo mondo in buona credenza, & quello che faranno hora di questa bisogna sarà sempre in memoria et in essempio de glialtri.
  4. Per la materia acquisti tu gratia, se tu dici la proprietà et le ap212vLIBBROpartenenze de la cosa che tu parli che afforziano & alzano tua parte, & affondino la parte del tuo avversario, & mettanla in despetto.

Qui tace el conto à parlare de la gratia per mostrare come l'huomo talento à gl'uditori d'udire lo nostro detto.

De lo insegnamento per dare talenti d'udire à gl'uditori. Cap. 24.

Quando tu parli davanti ad alcuna gente ò davanti à femina, ò tu le manti lettere, se li voi dare talento che gli in tenda tuo detto però che se tua materia è picciola & spiacevole, tu dei dire al cominciamento del prologo, che tu dirai grande novelle & gratiose, o che non paiono credevoli, ò che non tocchino à tuoi huomini, ò quelli che sono dinanzi à te, ò davanti huomo di grande nome, ò di divine cose, ò d'alcuno prò, ò se tu prometti che tu dirai brevemente in poche parole, ò se tu tocchi nel cominciamento un poco de la ragione in cui tu ti confidi. Et quando tu vuogli che l'uditore habbia talento di sapere quello che tu vuoi dire, però che la materia è oscura, ò per una cagione, ò per unaltra, all'hora de tu cominciare tuo conto alla somma de la tua intentione brevemente, cioè à dire, in quel punto, in che è la forza grande di tutta bisogna. Et sappiate che ogn'huomo che ha talento di sapere, certo ha talento d'udire. Ma ogn'huomo che ha talento d'udire, non ha talento di sapere. Et questa è la differenza tra l'uno & l'altro talento.

Del prologo ch'è per covertura. Cap. 25.

In fin à qui ha divisato el maestro come l'huomo dee cominciare sanza prologo, che non habbia covertura nulla hora vuol divisare come l'huomo dee fare suo prologo per213rOTTAVO.213maestria & per covertura. Alla verità dire quando la materia del parlatore è honesta, ò vile, ò dottosa, ò scura, elli ne può leggermente passare oltra, & cominciare suo conto per poca di covertura, secondo ch'el maestro divisa qui di sopra. Quando la materia è contraria & laida, ch'el cuore de l'uditore è commosso contra à lui, all'hora ci convien tornare alla maestrale coverta. Et ciò può essere per tre cagio ni,

  1. ò perche la materia ò quello diche elli vuole parlare non si fa à colui anzi li dispiace,
  2. ò perche tuo avversario o altro qualche sia, ch'elli fa intendere altra cosa, si ch'elli la crede in tutto ò la maggior parte,
  3. ò perche l'uditore è travagliato di molti altri, c'hanno à lui parlato dinanzi.

Come l'huomo dee cominciare suo prologo, quando la materia spiace à gl'uditori. Cap. 26.

E se tua materia dispiace, el ti conviene coprire tuo prologo, in tal maniera, che s'elli è corpo d'huomo ò altra cosa che li dispiaccia, ò che non ami, tu tene tacerai, et nominerai uno huomo ò altra cosa, che li sia gratioso & amabile à lui. Se come fe Catellina, quando nominò gli antichi suoi, & loro buone opere dinanzi li sanatori di Roma, quando elli si voleva ricoprire de la congiuratione di Roma. Et quando elli dicea loro, che ciò non era per male, anzi per aiutare li debili & li meni possenti, se com'egli havea sempre in costume, ciò dicea elli. Et cosi dei tu bellamente fingere tua volontà, & in luogo de l'huomo che dispiace, trovarne un'altro huomo, ò un'altra cosa buona piacevole, in tal maniera, che tu li ritragghi suo cuore da quello che non li piace, acciò ch'elli debbia piacere. E quando ciò sara fatto, tu dei mostrare che tu non voglia ciò che l'huomo pensa213vLIBBROche tu vogli, o che tu non difensi ciò che tu vuoli difendere, secondo che fece Giulio Cesare, quando'l volse difendere quelli de la congiura, all'hora cominciò elli addolcire li cuori de gl'uditori. Et tu dei inmantenente à poco à poco acconciare tua intentione, et mostrare che tutto quello che piace à gl'uditori, piaccia à te. Et quando haverai appagato coloro à cui tu parli, tu dirai che di quella bisogna à te non appartiene, cioè à dire, che tu non facesti lo male, che un'altro lo fece, si come disse la prima amica di Paris, ne le lettere ch'ella li mandò poi ch'ella lo perde per l'amore de Helena. Io non dimando diss'ella tuo argento ne tue gioie, per ornare mio corpo. Et questo vale tanto à dire, come s'ella dicesse, tutto quello chiese Helena. 44,45Appresso dei tu negare che tu non dici di lui medesimo, che tu ne dici secondo ciò che Tullio disse. Contra vero. Io non dico che tu furasti lo castello di tuo compagno, ne tu rubasti case ne ville. Et questo vale tanto à dire, come se dicesse, tutto questo hai tu fatto. Ma tu dei molto guardare, che tu non dichi ne l'uno ne l'altro, in tal maniera, che sia discovertamente contra la volontà de gl'uditori, o contra quelli che lo amano, anzi sia si iscovertamente, ch'ellino stessi non si addieno, & che tu dilunghi i loro cuori da ciò ch'elli hanno proposto, & comuovigli à tuo desiderio. Et quando la cosa sarà à ciò venuta, tu dei ricordare uno essempio simile à proverbio, ò à sentenza, ò autorità di savi, & mostrare che tua bisogna dia simile à coloro, si come disse Cato à quelli de la congiura, che voleano struggere Roma, però che hanno fatto peggio di colui.

Come l'huomo dee cominciare suo prologo, quando gl'u214rOTTAVO.214ditori credono al suo aversario. Cap. 27.

Quando colui à cui tu parli crede ciò che tu avversario gli ha fatto veduto all'hora dei tu al cominciamento di tuo conto promettere, che tu vogli dire. Et dirai quello medesimo nel tuo avversario medesimamente, di ciò che gl'uditori hanno creduto, o tu cominci tuo conto à una de le ragioni di tuo avversario ò à quello ch'elli dice ne la fine del suo conto, o tu di che tu se timoroso come tu dei cominciare ne anche à fare sembiante d'una maraviglia, però che quando gl'uditori veggiono che tu se fermamente apparecchiato di contradire, ove tuo avversario pensava havere turbato, elli pensaranno d'havere follemente creduto, & che el diritto sia verso te.

Come l'huomo dee cominciare suo prologo, quando gluditori sono in travaglio. Cap. 28.

Et se gl'uditori sono in bisogno, o travagliati d'altri parlatori, all'hora dei tu promettere in anzi, di non dire se non poco, et che tuo conto sarà piu breve, che non havevi pensato, et tu non vogli seguire la maniera de gli altri, che parlano lungamente. Et alcuna fiata dei tu cominciare ad una novella cosa che li faccia ridere, si che ella sia apertamente à tuo conto, ò à una fabola, o à uno essempio, ò à una altra parola pensata ò non pensata, che sia di riso et di solazzo. Ma se è per cruccio, all'hora sarà buono cominciare una dolorosa novella, ò altre horribili parole. Che si come lo stomaco caricato di vivanda, si si scarica per una cosa amara, ò contraria per una dolce, cosi el cuore travagliato per troppo udire, si rinovella, ò per maraviglia, ò per riso. Qui tace el conto à parlare de prologi, che sono per214vLIBBROcopertura, o sanza copertura, però che partitamente n'ha detto tutta la dottrina de l'uno & de l'altro per se. Hora vuole mostrare el comune insegnamento di ciascuno insieme.

De lo insegnamento di tutti prologhi insieme. Cap. 29.

In tutti i prologhi in qualunque maniera sieno dei tu mettere, secondo che dice Tullio, assai di buoni motti & di buone sentenze.Et per tutto dei tu essere fornito d'avenevolezza, però che sopra tutte cose ti conviene dire cose che ti mettano in gratia de gl'uditori. Ma elli dee havere poca di doratura & di giuoco & di consonanza, però che di tali cose nasce spesse volte una sospettione, come di cose pensate per grande maestria, in tal maniera che gl'uditori si dottino di te, & non credano le tue parole. Certo che bene considera la materia del prologo, el troverà che non è altro che apparecchiare li cuori, di coloro che debbono udire, ad udirti diligentemente tuo detto, & crederlo. Et ch'elli faccia alla fine, quello che tu li fai intendere. Et però io dico che dee essere fornito di motti intendevoli, & d'intentioni, cioè à dire d'insegnamenti di savi, o di proverbi, o di buoni essempi, ma non vogliono essere troppi, ch'elli non vuole essere dorato di lusinghe, ne di motti coverti, si che non paia cosa pensata malitiosamente, & non dei troppe parole di giuoco ne di vanità, anzi ferme & di buono sapore. Et guarda che non habbia consonanza, cioè à dire piu motti insieme l'uno dopo l'altro, che finiscano, o cominciano tutti in una mesesima lettra, o sillaba, però che quella è laida maniera di contare.

Di sette vitij di prologhi, & primo del generale. Cap. 30.

Appresso la virtu del prologo è convenevole cosa da dire de suoi

vitij, che sono sette, secondo che disse215rOTTAVO.215 Tullio, cioè,
  1. generale,
  2. comune,
  3. mutabile,
  4. lungo,
  5. strano,
  6. diverso,
  7. & sanza insegnamento.
  1. Generale è quello che l'huomo puote mettere in molti convenevolmente.
  2. Comune è quello, che l'adversario può altresi bene dire come tu.
  3. Mutabile è quello, che tuo adversario per poca mutatione può adoperare.
  4. Lungo è quello, ove è troppo di parole & di sentenze, oltra à quello ch'è convenevole.
  5. Strano è quello, che in nulla maniera appartiene à tua materia.
  6. Diverso è quello, che fa altra cosa che tua materia richiede, cioè, che ove tu dee acquistare gratia, tu nol fai, anzi doni talento d'udire, o di sapere, quanto tu dei parlare per covertura parole tutto discoverte.
  7. Sanza insegnamento è quello, che non fa niente di quello, ch'el maestro insegna, ne non acquista gratia, ne talento d'udire ne di sapere, anzi fa el contrario che vale peggio.

Da tutti questi sette ci conviene guardare fermamente, & seguire lo insegnamento in tal maniera, che salute ne alcuna parte di prologo dia da biasimare, anzi sia gratiosa & di buona maniera.

D'uno antico essemplo di grande autorità, lo quale fu detto per piu savij. Cap. 31.

Hora havete udito l'insegnamento che appartiene al prologo, et come el parlatore dee cominciare suo conto, secondo la diversita de le maniere, che advegnono ne bisogni del secolo. Ma perciò ch'el maestro vuole mostrare piu apertamente quello che dice, dirà elli un vecchio essempio di grande autorita, loquale fu detto per piu savi. Vero fu, che quando Catellina fe la congiura in Roma, secondo che l'historie divisano: Tullio che fe questa arte de la rettorica, & che per suo gran senno trovò la congiura, & prese215vLIBBROpiu di quelli de la congiura, de maggiori huomini di Roma, & di piu possenti, & messeli in carcere, & la congiuratione fu scoperta, & saputa certamente. Tullio fe ragunare li Senatori, e'l consiglio di Roma, per consigliare che si dovesse fare de pregioni. Salustio disse,che Decio Sillano,46 cioè uno nobile Senatore, che era eletto ad essere consolo l'anno dopo, disse prima sua sentenza, che pregioni doveano essere giudicati à morte, & glialtri che si prendessere simigliantemente. Et quando elli hebbe quasi compiuto suo conto, & che tutti glialtri s'accordavano quasi à sua sentenza, Iulio Cesare, che voleva difendere li pregioni per covertura, maestrevolmente in su questa maniera disse.

Come parlò Iulio Cesare. Cap. 32.

Signori padri scritto è, tutti quelli che vogliono consigliare dirittamente, & dare buono consiglio de le cose dottose, non debbono guardare ira, ne odio, ne amore, ne pietà. Perche queste quattro cose posson fare partire l'huomo da la via de la dirittura, & partire dal dritto giudicio. Senno non vale , ove l'huomo vuole seguire in tutto suo volere. Io potrei nominare assai principi, che diritta via lasciano sanza ragione, & però che ira, o pietà gli ha presi sanza ragione. Ma io voglio meglio parlare di ciò, che i savi huomini antiani hanno fatto di questa cittade alcuna volta, quando lasciavano la volontà di loro cuori, & teneano quello ch'el buono ordine insegna, & che truova lo comune profitto. La citta di Rodes era contra noi in battaglia, che noi havevamo contra preso lo Re di Macedonnia, & quando la battaglia fu finita, lo Senato e'l consiglio giudicò, che quelli di Rode non fossero distrutti, acciò che nullo dicesse, che cupidità216rOTTAVO.216di loro ricchezze li destruggesse piu, che la cagione di loro fallimento. 47Quelli di Cartagine ci falliro, nel tempo de la guerra tra noi & quelli d'Aphrica, & ruppero triegua & pace. Et per tutto ciò nostri maestri non guardarono à quello, che elli li poteano bene distruggere, anzi li ritennero dolcemente. 48,49Et però quello medesimo signori padri dovemo noi provedere, che la fellonia e'l fallo di coloro che son presi, non sormonti nostra dignità & nostra dolcezza. Et piu dovemo noi guardare nostra fama, che à nostro cruccio. Quegli che hanno dinanzi à me sententiato hanno bellamente mostrato, ciò che può di male adivenire per loro congiura. Crudeltà di battaglia è prendere pulelle à forza, togliere i garzoni di collo à padri & alle madri, fare forza & onta à donne, di pigliare templi & magioni, ardere, empire la citta di carogne & corpi, & di sangue, & di pianto. Di questo non ci conviene piu parlare. Però che piu può muovere el cruccio di cotal fatto il cuore, che il ricorde de l'opere. Nullo non è, à cui non pesi suo dannagio. Et tali sono, che portano piu gravi, ch'elli non è. Ma elli si fa ad uno, quello che non si fa ad un'altro. Che se io sono un basso huomo, & io mi sfaccio in alcuna cosa per mio cruccio, pochi lo sapranno. Ma molti sanno se vno grande huomo misfa, o in giustitia, o in altra cosa. Che s'el basso huomo misfa, gliè imputato ad ira, ma quello del graode50 huomo è imputato ad orgoglio. Et però dovemo noi guardare nostra fama. Et dico bene in diritto di me, ch'el forfatto di quelli de la congiura sormonta tutte pene. Ma quando l'huomo vuole tormentare alcuno huomo, s'el tormento è aperto, tali ci sono che sanno bene pensare & biasimare lo tormento, ma del216vLIBBROfallo non fanno parola. Io credo che Decio cio ch'elli ha detto per ben del comune, ch'elli non guarda ad amore ne à odio & tutto conosco el suo temperamento, ne sua sentenza non mi pare crudele, che huomo non potrebbe nulla crudeltà fare contra tal gente. Ma tuttavia dico io, che sua sentenza non è convenevole à nostro comune. Et tutto sia che Silano è forte huomo & nobile eletto consolo: egli ha giudicato à morte, per paura di male, che adivenire ne potrebbe, che gli lassasse vivere. Paura non ha qui punto di loro, che Cicerone nostro consulo è discreto, & è fornito d'arme et di cavalieri, che noi non doviamo temere nulla. De la pena dirò io, si com'el succede. Morte non è gia tormento, anzi è fine et riposo di pianto & di cattività. La morte consuma tutte pene terrene, di poi la morte non curare gioia. Però disse Sillano se vuole che huomo li battesse et tormentasse avanti, se alcuna legge vieta che alcuno huomo non frusti huomo giudicato à morte. alcuna legge dice, che huomo non uccida cittadini dannati, anzi ne vede l'huomo tutto di scampare. Signori padri scritto è, guardate quello che fate, che l'huomo da tal cosa per bene, di che adiviene grande male. Poi che li Macedoni hebbero preso Athene, egli ordinarono trenta huomini, ch'erano mastri del comune, & quelli al cominciamento uccideano li pessimi & disleali huomini, sanza giudicamento, & di ciò era tutto il popolo allegro, & diceano che buono & santo officio era questo. Poi crebbe el costume et la licenza, si che poi uccideano buoni & malvagi à loro volontà, tanto che glialtri n'erano ispaventati, & fue la citta in tale servaggio, che bene s'accorgeano, che loro gioie li tornavano in pianto. Lucio Sillano fu molto lodato di ciò che giudicò, & uccise217rOTTAVO.217Damasippo & altri, li quali erano stati contr'al comune di Roma. 51Ma quella cosa fu cominciamento di gran male, che poi, si come ciascuno conosceva, voleano le habitationi de la citta, li vaselli, et la robba d'altrui, & elli si sforzava di dannare colui, le cui cose elli volea havere. Et erano molti huomini dannati à torto, piu per cagione di loro havere, che di loro fallo. Et cosi fecero niente de la morte di Damasippo, che chi furono lieti, ne furono poi crucciosi. Si che Sillano non finò in questa maniera d'uccidere, infino à tanto, che suoi cavallieri non furono tutti pieni d'havere & di richezze. Ma non per tanto di tali cose non ho io dottanza in questo tempo, & specialmente che Tullio è consolo. Ma in si grande cittade à molti diversi huomini, & pieni d'ingegni. Altri potrebbe mettere altro consiglio. Et s'el consiglio ucciderebbe per loro detto del Senato huomo in colpa à torto, certo male ne potrebbe adivenire. Quelli che furono dinanzi à noi, hebbero senno & ardimento. Ne orgoglio non tolse loro, ch'elli prendessero buoni essempi di ragioni de strani. quand'elli trovavano ne loro nimici alcuna teccia, elli sapeano bene mettre in opera ne loro alberghi. & meglio amavano seguire lo bene, che haverne noia. Elli frustavano li cittadini, che haviano misfatto, al modo di Grecia. Quando li mali cominciaro à montare, allhora furono le leggi date, che li dannati andassero in cattività. Dunque prenderemo consiglio novello. Cosi fecero i nostri antichi. Et maggior virtu & piu sapienza è in noi, che in loro. Elli erano pochi, & si conquistaro con pocha richezza, quello che noi appena potiamo tenere & guardare. Dunque che faremo noi? Lascieremo noi questi pregioni andare per accrescere l'hoste di217vLIBBRO Catellina? Dico di , anzi è mia sentenza che loro havere sia publicato al comune & riposto, & di loro corpi siano messi in forti castella fuori di Roma in diverse pregioni bene guardate, che nessuno parli per loro al Senato ne al popolo. Et chi fa contro à questo, si sia misso in pregione come uno di loro

Come parla Cesare secondo questa arte. Capitolo. 33.

Per questa sentenza potemo noi vedere, chel primo parlatore, cioè Decio Sillano passò brevemente sanza prologo & sanza covertura nulla, però che sua materia era ad honesta cosa, cioè à giudicare à morte li traditori del comune di Roma. Ma Iulio Cesare, che pensò altra cosa, si tornò alla copertura con motti dorati, però che sua materia era contraria. Ch'elli sappea bene che i cuori de gl'uditori erano conmossi contra sua intentione. & però li convenia acquistare loro gratia, & da l'altra parte era sua sentenza dottosa per piu sentenze & coverte, ch'elli volea consigliare. Et sopra ciò li conveniva dare talento à gl'uditori d'udire & di sapere quello, ch'elli voleva dire. Ma però che doratura di parole è sospettosa cosa, non vuole elli à cominciamento iscoprirsi di benivolenza acquistare, anzi toccò la somma di sua intenza, per dare à gl'uditori talento d'udire & intendere suo detto, ove dissede le quattro cose ch'el buono consigliatore si dee guardare. 52 Et non per tanto suo prologo non fa sanza benivolenza, ov'elli chiamò,signori padri scritto è,53 & ov'elliinalza sua materia,54 &la conferma per belle parole, et per essempi di vecchie storie, che ricordò.55 Et cosi un luogo de la cosa che dispiaceva, nominò cose che dovesse218rOTTAVO.218ro piacere, per ritrarre li cuori de gl'uditori, da quello ch'era laido, à quello che fu honesto & ragionevole. Et in questa maniera passò à direlo fatto,56 nelquale volea fondare il suo conto, cioè del consiglio, che doveva essere sopra'l misfatto di coloro de la congiura. Et fe vista di non volere difendere loro male, ma fi guardare la dignità & l'honore del Senato. Allhora cominciòla terza parte57 di suo conto, cioè divisamento, & divisò li detti & le crudeltà de glialtri sopra fatti per parte, & mise quelle parti che piu l'aiutavano, contro à coloro che haviano parlato, et accostolle à cuori de gl'uditori tanto quanto elli puote piu. Et quando elli hebbe cosi contato cominciòla quarta parte,58 cioè confermamento ove disseche doveano guardare loro fama, & mostrava di lodare la sentenza de glialtri, ma molto la biasimava, & sopra ciò confermò suo detto per molte ragioni, che davano fede à suo consiglio, & toglievanla alla sentenza de glialtri. Et poi ch'elli hebbe fermato suo conto per buoni argomenti, elli se n'andòalla quinta parte,59 cioè al disfermamento, per infralire & distruggere li detti di coloro, che haveano parlato innanzi da lui, ove disse, guardate che voi fate. Et immantenente ricordò piu essempi & piu sentenze & autoritadi si savi, ch'erano simili à sua materia. Et può quando viene verso la fine, elli conferma suo detto con migliori argomenti, & per le piu forti ragioni che elli può. Et vienealla sesta parte,60 cioè alla conclusione, & dice sentenza, & mette fine al suo conto. Et poi che Cesare hebbe cosi parlato, l'uno dicea vno, & l'altro dicea vn'altro. Tanto che Cato se levò, & disse.

218vLIBBRO

Come fu el giudicamento di Cato. Cap. 34.

Signori padri scritto è, quando riguardo la congiura & lo pericolo, & penso in me medesimo la sentenza dico loro, che hanno parlato, io penso altra cosa che Cesare non ha detto, ne alcuno de gli altri. Elli hanno parlato solamente de la pena di coloro de la congiura, che hanno apparecchiata battaglia in loro paesi, & alloro parenti, & alloro templi et magioni distruggere. Ma maggiore mestieri, è che l'huomo si consigli, come si possa guardare da loro, & dal pericolo, che prendere consiglio come siano dannati à morte. Se l'huomo non si provede che non vegna sopra, niente vale l'huomo à consiglio, quando sarà venuto. Se la citta è presa afforza, li vinti non hanno punto d'intendimento, tutta fia humiliata. Hora parlarò à voi che havete intendimento, havete magioni & ville, & insegne & tavole d'oro, & piu che al prò del comune. 61,62Se voi queste cose che voi tanto amate volete guardare & ritenere, & mantenere vostri diletti per ordine & per riposo, isvegliatevi et pensate de guardare el comune, et liberare. Sel comune pericola, come iscanperete voi? questa bisogna non è di tuo luogo ne di tuo paraggio, ne di vostra franchezza, & di vostri corpi che sono in pericolo. Signori io habbo molto parlato & con pianto dinanzi à voi, de la avaritia, & lussuria, & cupidità de vostri cittadini. Io habbo la malevoglienza d'alcuno, però ch'io non perdono volontieri altrui lo misfatto, diche io non sento nulla teccia in me. Et di nullo forfatto perdonare io non domando altrui gratia. Ne vostre ricchezze facea à voi molte cose mettere in non calere. Tutta via starebbe el comune in diritto stato & piu fermo, che hora mai in diritto non par219rOTTAVO.219liamo noi di nostro bene vivere ne di nostro male vivere, ne de la signoria de romani accrescere, o inalzare, anzi ci conviene pensare, se quello che noi havemo, ci può rimanere, & essere nostro, o se sarà de nostri vicini. Qui non dee nullo parlare di bonarita & di misericordia, che noi havemo assai perduto el diritto nome di pietà & di merze, che donare ad altrui bene, ciò è nostra bonarita. Et essere cessati da ben fare, cioè nostra virtu. Et però nostro comune si come al dichino. Hor potete dunque essere di buon aere, & mettere lo popolo à ventura. Hor potete essere pietosi in coloro, che non ci lasciavano nulla à guastare, & pensavano lo comune tesauro rubare, doniamo loro el nostro sangue, si che tutti li prodi huomini vadano à perditione. Et si come voi vedete, pochi de malfattori distruggano turba di buona gente. Cesare parlò bello & assettatamente, udente noi, de la vita & de la morte, quando disse,appresso la morte non curare gioia.63 Ma quand'elli parlò cosi, credo ch'elli pensava falso, de quelli se truova all'inferno, dove li malvagi sono divisi dai buoni, & entrano in neri luoghi horribili & putenti et spaventevoli. Appresso giudicò che il loro havere fosse publicato al comune, & elli fossero guardati in diverse pregioni fuori di Roma. in diverse castella & forti. Perche si dubbitava che se l'huomo li guardava in Roma che quelli de la congiura, o altra gente pregiata, li caverano à forza di pregione Non adunque mala gente, se non è inquesta citta, per tutte parti si può trovare malvagi huomini. Da niente ci dotta Cesare. S'elli crede che l'huomo non si possa guardare dentro in Roma, come di fuori? Et s'egli solo non ha paura che li fugissero de le pregioni, ov'elli dice ch'elli siano messi, egli219vLIBBROnon crede el pericolo del comune. Io son quelli, che ho paura di me, & di voi, & de gli altri. Et però dovete voi sapere, che ciò che voi giudicarete di questi pregioni, dee essere giudicato di tutti quelli de la compagnia di Catellina. Se voi fate di questi aspra giustitia, tutti quelli de l'hoste di Catellina ne fierà spaventati. Et se voi ne fate fievelemente, voi li vederete venire crudeli & fieri contra di voi. Et non pensate che nostri antecessori accressero lasignoria di Roma solamente per havere. Che s'egli andasseno cosi, dunque la possanza ne megliorerebbe, che piu havemo compagnia di cittadini, & maggiore abbondanza di cavalli & darme, che elli non haveano. Ma elli hebbero in loro altre cose, perche elli furono di grande nominanza & di grande pregio, che non ha guari in noi. Elli erano in loro fatti savi & accorti, et haveano diritti comandamenti à quelli di fuori. Li cuori haveano sani & liberi à dare consiglio, sanza sugestione di peccato ch'elli credessero, & sanza seguire malvagie volontà. In luogo di ciò può l'huomo trovare in noi lussuria, ò avaricia, comune povertà, & private ricchezze. Noi non facciamo differenza da buoni à malvagi, tutto tornato à cupidezza, questo è da lodare di vertude. In questo non è maraveglia, che ciascuno tiene sua via & suo consiglio per se medesimo. Voi intendete in vostre magioni, & vostri diletti, & vostra volontà seguire. Fuori di vostri magioni cercate d'amassare havere, & allegrezza d'altrui acquistare. Da ciò adiviene, che l'huomo guerreggia lo comune, & che iscongiurati lo vogliano distruggere. Ma di queste cose che voi fati, io non dirò hora piu. Nobili cittadini fanno insieme congiura, ch'elli arderano la citta, & recano alloro la220rOTTAVO.220gente di francia, per muovere battaglia, che niente amano la signoria & l'honor di Roma. Catellina, duca de nostri nimici ne viene sopra le teste con tutto suo sforzo. State dunque in pensiero, che voi farete di vostri nimici, i quali havete presi dentro à queste mura. Et tutto ch'io giudichi, che voi non habbiate merce. Dite che giovani sono, & per follia & per mala cupidità l'hano fatta, & lasciateli andare tutti armati. Ma per certo io vi promotto, che questa pietà et questa dolcezza vi tornerà in pianto, & in tormento, & in amaritudine. De la cosa aspra & pericolosa non havete voi temenza? Et si havete malenpiezze la malvagita, le brighe di vostri cuori, fate che l'uno si tiene all'altro. Voi mettete vostra speranza ne vostri idei, & dite, ch'elli hanno guardato lo comune di diversi pericoli. L'aiuto di dio non viene à quelli, che vogliono vivere come femine. ma tutte cose vegnono à quelli, che vogliano vegghiare in ben fare, & in dare buoni consigli. Ma chi si mette in disperatione, cade in malvagità. Mallio torquato uno di nostro anziani duca, comandò che fosse ucciso uno suo figliuolo, solamente perche combattea una battaglia in francia contra à suoi inimici, contra al suo comandamento. Per tale forfatto morio quel nobile giovane. Et voi dimorate à fare giustitia, di questi crudeli giovani pergiuri, che voleano la citta distruggere. Lasciate voi loro per la bona vita? 64,65Non mori Dautilo, per la dignita di suo lignaggio? S'elli amò unque castità, s'elli amò buona nominanza, s'egli amò unque idio, s'elli sparigniò unque huomo. non mori Cetego hebbe l'huomo pietà di sua gioventu, s'elli non mosse mai briga ne battaglia in questo220vLIBBROpaese. Giabino & Statilo & Cepario, che ne debbono dire? S'elli ne havessero in loro ragione ne misura, egli non hanno tale consiglio preso al diritto contra'l comune. A voi dico signori padri, che per dio non gli lasciate scampare, io non gli lascerei, bene soffressi che voi ne fosti castigati per loro oltraggio, quando voi consiglio, non volete credere. Ma però lo dico, che noi siamo rinchiusi, & in pericolo da tutte parti. Catellina con tutta sua hoste ci è innanzi à gli occhi la di fuori & pensaci inghiottire. Gli altri sono dentro alla citta d'ogni parte. Non potemo nulla consigliare ne apparecchiare, che nostri nimici non sappiano. Noi ci dovemo avacciare, però ne darò io cotale sentenza. Vero è che il comune è in pericolo per lo maladetto consiglio de cittadini isconvenevoli & disleali. Questi hanno rabbia, & son conventati per lo detto de messaggi di francia, che voleano la citta ardere, & uccidere li migliori huomini, lo paese distruggere, donne & pulzelle vituperare, & altre crudeltà fare. Et però dico io, & do questa sentenza, che l'huomo faccia di loro come di traditori, & dimicidiali & di ladroni.

Come Cato parlò secondo questa arte. Cap. 35.

Questa è la sentenza di Cato per meglio intendere suo detto. Et come parlò secondo questa arte, de l'arte de l'ordine di Rettorica, ne conviene guardare dinanzi la maniera di suo detto, & la natura di sua materia. Di che molti dicono ch'ell'è dottosa, & un poco oscura, però che sua materia è da una parte honesta, ch'è à dire lo prò del comune & à difendere lo buono stato di Roma, & distruggere li rei & honesta cosa, è giudicare à morte una grande gente di cittadini. Et à dire contra Cesare che have221rOTTAVO.221va si fermamente stabilito suo giudicio che à pena el potrebbe huomo contradire. Et che gl'uditori erano quasi accordati à suo detto. Certo et parea crudel cosa & maravigliosa, & però gli era mestiero d'orare suo prologo, si ch'elli acquistasse la gratia de gl'uditori, o ch'elli desse loro talento di sapere quel ch'elli volea dire, per levarli de la sentenza di Cesare, secondo ch'el maestro divisaqui dirietto, ov'elli insegna la diversita di prologhi. 66 Et però toccò elli ne lo cominciamento suo brevemente & partitamente & apertamente lo punto, in che era tutta la forza de la bisogna, cioè quello ch'elli uditori haveano creduto. Quando dissech'elli pensava altra cosa, che cesare non havea detto, ne alcuno de gli altri,67 cosi de talento di sapere & d'udire quello ch'elli volea dire. Et fe sembiante di volere consigliare solamente de la guardia del comune, & non de la morte di congiurati. Et inmantanente procacciò d'havere la gratia de gl'uditori, per appagare lor cuori, & per tornare la cosa à honestà, & per accrescere la gratia ch'elli havea, però che sua materia era honesta, secondo ch'el buono intenditore potra sapere o conoscere, s'elli considera o sguarda diligentemente l'insegnamento, lo quale è adietro. Et però ne tace hora lo maistro però ch'el vorra dire d'altre dottrine buone & utili.

De l'insegnamento de la prima parte del prologo. C. 36.

Appresso la dottrina del prologo sene viene la seconda parte del conto, cioè el fatto. Diche Tullio dice. Ch'el fatto è,quando el parlatore dice el fatto com'el fu, o come non fu, cioè à dire quando elli lascia il prologo, & viene al fatto, & dice la propria cosa, diche è la materia di suo conto.Et questo è in tre maniere.

  1. L'una è cittadina, che di221vLIBBROce propiamente el fatto & la cosa, diche è contentione et la questione, & divisa le ragioni, perche quella cosa può essere provata. Et questa maniera appartiene dirittamente à costumi, però ch'egli insegna tenzionare l'uno parlatore con l'altro nel cominciamento. Ma qui si tace lo maestro, & non dira piu hora, però che dira l'argomento qui appresso anzi vuole dire de le due altre maniere del fatto, che non partegnono si propriamente à questa arte.

Qui comincia à divisare che trapasso fuori de la sua materia. Cap. 37.

  1. La seconda materia del fatto si è quando l'huomo si diparte un poco du sua propria materia, & trapassa ad altre cose di fuori à sua principale cosa, o per biasimare lo corpo, o la cosa, o per accrescere lo male ol bene ch'elli dice, o per mostrare che due cose sieno si mischiate insieme, o per fare sollazzare gl'uditori d'alcuno gabbo, che sia simigliante à sua materia. Et questa maniera de dire lo fatto, tiene spesso lo parlatore, per meglio provare ciò che vuole del corpo, o de la cosa.

Del conto ch'è per giuoco & per solazzo. Cap. 38.

  1. La terza maniera di dire lo fatto non appartiene alle cose cittadine, anzi è per solazzo & per giuoco. ma niente meno elli è buona cosa, che l'huomo s'accostumi à bene contare, che l'huomo ne diventa meglio parlante al gran bisogno, & però ne dira el maestro la natura. Tullio dice. Che ciò che l'huomo dice in questa diretana materia, quivi ove divisa la proprieta del corpo, & ove dice le proprieta d'una cosa in altra, elli conviene à forza, ch'el suo detto siano
    1. fabole,
    2. o storie,
    3. o argomenti.
    Et però si fano elli à sa222rOTTAVO.222pere, che monta l'una, & che monta l'altra.
    1. Et certo fabola èun conto, che l'huomo dice de le cose che non sono vere, ne à vero somigliano,si come la fabola de la neve che vola per aire lungamente.
    2. Storia èà ricontate l'antiche cose state veramente, lequali furono fuori di nostra memoria.
    3. Argomento èà dire una cosa falsa che non sia stata. ma può bene essere, & dicela per similitudine d'alcuna cosa.
    Et s'el parlatore divisa la proprieta del corpo, el conviene che per suo detto lo reconosca le nature & le proprieta del corpo & del coraggio insieme, cioè à dire, se gli è vecchio, o giovane, o se gli è cortese o villano, o altre cotali proprietà. Et à cotali cose conviene havere grande ornamento che siano forti. Ma de la diversita de le cose, & de la similitudine de coraggi & de la fierezza di bonarita, di speranza, & di paura, & di sospettione, de desiderio, d'infignitudinne, d'errore, & di misericordia, di mutamento, di subita allegrezza, & di fortuna, di pericolo che l'huomo non pensi, et di buona fine, secondo questo libbro, divisera qui dinanzi, ov'elli insegna à conoscere gli argomenti, et la belta del parlare.68 Et però non è dice hora piu che detto n'ha. Anzi tornerà alla prima materia del fatto del dire, chiamato che è cittadino.

Del conto ch'è chiamato citadino. Cap. 39.

Dice lo maestro che la cittadina maniera di dire, è che divisa la cosa propiamente, de havere tre cose, cioè

  1. ch'ella sia breve,69
  2. & chiara,70
  3. & ricordevole. 71

Di tutti dirà lo maestro, & prima de la brevità.

Qui c'insegnia elli à contare lo conto brevemente. C. 40.

Tullio dice. Che all'hora è el fatto contato brevemente quando'l parlatore d'incomincia allo diritto cominciamento222vLIBBROdi sua materia, & non da lunga cominciarla, che non fa vtile à suo conto.Si come fece Salustio, volendo contarela storia di Troia, che cominciò alla creatione del cielo & de la terra, che li bastava cominciare à Paris, quando furò Helena.72 Altre si sarebbe breve, s'ella o elli è assai à dire la somma del fatto, sanza divisare per parti. Che basta bene dire cosi, questo huomo uccise quell'altro, & non dire, elli lo prese, & misseli mano alla gola, & cosi fu questo, & cosi fu quell'altro, che le piu volte basta à dire, quello ch'è fatto, sanza dire el come, o in che maniera. Altresi è breve, s'elli non dice piu cose, che mestiere sarebbe di sapere, & non trapassa à dire altre cose strane, che di nulla non appartiene à sua materia, & s'egli non dice quello, che l'huomo può intendere per quello ch'elli havea detto. & se tu dici, elli andaro, ove potero. Et se io dico, Aristotile dice cotal cosa, elli non si conviene che l'huomo dica, elli lo disse di sua bocca, che bene lo può ciascuno intendere, per quello ch'è detto dinanzi. Altresi è elli breve, se conta ciò ch'elli può nominare, o quel che non può aiutare, ne noiare: & se dice ciascuna cosa ad vna volta & non piu, & s'egli non comincia spesso alla parola, ch'elli ha detta. Et si come el parlatore si dee guardare da la moltitudine de motti, et che non dica troppe cose, perche molte genti ne sono ingannate, che si studia in poco dire, dicono troppo. però ch'elli si procacciano di dire poche cose, tanto quanto li bisogna, & non piu. Tu penserai brevemente dire, se tu dirà in questa maniera, io andai à richiedere voi, & io richiesi vostro garzone. Et elli rispose, quando dimandai di voi, non vi erravate. Et tutto che tu dirà223rOTTAVO.223brevi motti, tu conti piu cose che mestieri non t'è. Che assai bastava à dire l'huomo mi disse, che voi non erravate in vostra casa. però si dee guardare ciascuno, che sotto li brevi motti, non dica tante cose, acciò che suo conto non sia noioso à scoltare.

Qui c'insegna à contare lo fatto & vedere chiaramente. Cap. 41.

Apresso ciò dee el parlatore studiare di dire chiaramente quello che dice, & che suo detto sia aperto et intendevole. Tullio dice. Ch'el fatto è contato chiaramente, quando'l parlatore o'l dettatore comincia suo detto, à quello ch'è detto dinanzi, & segue l'ordine de la cosa et dela stagione, cosi com'ella fu, o com'ella può essere, in tal maniera, che suo detto non sia turbato ne confuso ne inviluppato sotto strane parole, & che non trapassi ad altre cose dissimili, o dilungi da sua materia, & che non cominci à troppo lunga incominciaglia, & che non prolungi la fine di suo conto, tanto com'elli potrebbe dire, & che non lasci nulla di ciò, che à contare faccia.Et in soma, egli dee guardare tutto quello, ch' el maestro insegna quiinanzi, sopra la brevità del fatto,73 per ch'elli adiviene molte fiate, che el conto n'è piu confuso per molto parlare, che la scurità de le parole. Et sopra tutto ciò dee el parlatore usare motti propij, & belli & costumati, secondo chel maestro divisa qui davanti, nel capitolo del parlare.

Qui c'insegna à contare lo fatto che sia verisimile. C. 42.

Apresso dee el parlatore contare lo fatto, in tal maniera, che sia verisimile, cioè à dire, che gl'uditori possano credere quelle cose, et ch'elli dica la verita. Tullio dice.che acciò fare li conviene dire, per le proprietà del corpo, s'elli è vecchio, o giovane, o patiente, o huomo che si crucci,223vLIBBROo d'altre simile proprietà, che sieno testimonio à suo detto.Appresso li conviene mostrare la cagione del fatto, cioè à dire la ragione perche & come le potea & dovea fare quelle cose, & colga convenevole tempo acciò fare. Et che fue buono, & sofficiente à fare, ciò ch'el parlatore mette dinanzi. Appresso dee mostrare, che l'huomo, o la cosa di che elli dice, sia di tal natura, ch'elli potrebbe & saprebbe ben fare, & la nominanza & la boce del popolo ne sopra lui, & che ha tale fede, & ha tale credenza, & tale oppinione, che elli fara bene vna si fatta cosa.

De vitij del dire lo fatto. Cap. 43.

Hora havete vdito, come il parlatore del fatto de dire in tal maniera, che sia

  1. breve
  2. & chiaro,
  3. & verisimile.

Che queste tre cose sono fieramente bisogno à ben dire. Et si come el parlatore de seguire le virtu, che appartengono à ben dire, cosi de guardare da vitij, che disornano suo dire. Che sono quattro.

  1. L'uno siè, quand'elli è suo danno à contare lo fatto.
  2. Lo secondo è, quando non li fa prò niente à dirlo.
  3. Lo terzo siè, quando el fatto non è contato in quela maniera che gliè.
  4. Lo quarto è, quando egli non dice in quella parte del conto, ciò ch'è mestiere à sapere. Onde fie loda maggiore al parlatore contare lo fatto secondo ch'eglie stato.
  1. Quando quella cosa dispiace à gl'uditori, ch'elli sieno contra lui molto ad ira, o al mal talento, s'elli non si addolcissero per buoni argomenti che confermino sue cose. Et quando quello adiviene, tu non dei contare lo fatto tutto à motto à motto insieme, si come fue, anzi el convienti divisare per parte, una branca quà, & un'altra . Et inmantenente giugnere la ragione di ciascuna parte in suo luogo,